“Mettere in moto un romanzo richiede un’energia speciale. Prima non c’è niente, poi all’improvviso ecco un intero mondo che ha senso, dentro il quale dei fantasmi si muovono come fossero reali in uno spazio reale. L’arte della gioia si mette in moto grazie alla forza più innegabile che abbiamo: la ricerca del piacere sessuale. La specie sopravvive perché il sesso dà piacere”.
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“Purtroppo non succede troppo spesso, ma esistono romanzi che a volte giocano con la velocità delle esperienze. È così la prima sezione di Detective selvaggi di Roberto Bolaño per fare un esempio che amo. Quando il montaggio di un libro è serrato si dice che sembra cinema ma non è cinema, perché la velocità è completamente interiore, non la guardiamo da fuori come al cinema. È la nostra vita interiore che comincia a correre e quando capita mi dà alla testa”
Francesco Pacifico, Podcast Lezioni di lettura, Ep. 1, Goliarda Sapienza – L’arte della gioia
“Un giorno, tra qualche anno, proprio nello stesso punto del Pacifico che sta attraversando ora, questo veicolo uscirà con grazia dall’orbita e precipiterà attraverso l’atmosfera nell’oceano. I sottomarini scenderanno a esplorare il relitto. Ma ancora mancano trentacinquemila orbite. Questa raggiunge il suo limitare più profondo dove le aurore tremolano sull’Antartide e la Luna sorge enorme come una ruota di bicicletta schiacciata. Sono le cinque e mezza di mercoledì mattina, il giorno dell’allunaggio. Le stelle esplodono.
Là fuori, le vibrazioni elettromagnetiche rimbalzano nel vuoto quando i corpi nello spazio emettono luce. Traducendo queste vibrazioni in suoni, i pianeti assumono ciascuno la propria musica, il suono della loro luce. Il suono dei campi magnetici e delle ionosfere, dei venti solari, delle onde radio intrappolate tra il pianeta e la sua atmosfera.
ll suono di Nettuno è liquido, impetuoso, una marea che si infrange sulla riva tra gli ululati di una tempesta; quello di Saturno è il tuonare di un jet, che rimbomba fino ai piedi e tra le ossa; gli anelli di Saturno sono diversi, una burrasca che si abbatte su un edificio abbandonato, ma con un ritmo lento, distorto. Urano stride frenetico. La luna di Giove, Io, è il ronzio metallico e pulsante di un diapason.
E la Terra, complessa orchestra di suoni, banda stonata di seghe e fiati, stralunata distorsione spaziale di motori a tutto gas, battaglia fra tribù galattiche, eco di trilli da un’umida mattina tropicale, battute iniziali di una trance elettronica, e in sottofondo un suono squillante, un suono che si raccoglie in una gola vuota. Un’armonia incerta che prende forma. Il suono di voci distanti che confluiscono in una massa corale, una nota angelica sostenuta che si espande attraverso le interferenze.
Viene da pensare che esploderà in un canto, da come emerge, deciso, e questa perla lucidata che è il pianeta per un attimo ha un suono così dolce. La sua luce è un coro. La sua luce è un concerto di trilioni di cose che si radunano per qualche istante prima di ricadere nel tintinnio e nel tambureggiare confuso di una trance galattica di fiati, il caos di trilli pluviali di un mondo selvaggio che canta”.