George Gray

Edgar Lee Masters – Antologia di Spoon River (1915)

I have studied many times
The marble which was chiseled for me —
A boat with a furled sail at rest in a harbor.
In truth it pictures not my destination
But my life.
For love was offered me and I shrank from its disillusionment;
Sorrow knocked at my door, but I was afraid;
Ambition called to me, but I dreaded the chances.
Yet all the while I hungered for meaning in my life.
And now I know that we must lift the sail
And catch the winds of destiny
Wherever they drive the boat.
To put meaning in one’s life may end in madness,
But life without meaning is the torture
Of restlessness and vague desire–
It is a boat longing for the sea and yet afraid.

Ho osservato tante volte il marmo che mi hanno scolpito –
una nave alla fonda con la vela ammainata.
In realtà non rappresenta il mio approdo 
ma la mia vita.
Perché l’amore mi fu offerto ma fuggi le sue
lusinghe;
il dolore bussò alla mia porta ma ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma paventai i rischi.
Eppure bramavo sempre di dare un senso alla vita.
Ora so che bisogna alzare le vele
e farsi portare dai venti della sorte 
dovunque spingano la nave.
Dare un senso alla vita può sfociare in follia
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vago desiderio
è una nave che desidera il mare ardentemente ma ha
paura.

Traduzione di Alberto Rossetti (Edizione BUR 1986)

Come all’epoca si faceva

A quanto pare la prima volta che un tg del servizio pubblico francese ha dato la notizia (“Un misterioso virus”) fu il 18 gennaio del 2020, un sabato mattina come un altro. Non ho ricordi molto precisi di quel weekend (perché dovrei averne, dopotutto?), se non che il pomeriggio andammo a una mostra di Peter Hujar al Jeu de Paume, che camminammo a lungo alle Tuileries e che la sera mangiammo in uno di quei bistrot discutibili di cui all’epoca ero solito lamentarmi.

Qualche giorno dopo, un mercoledì, mentre sudavo sul vogatore della palestra, mi venne in mente che l’indomani ci sarebbe stata la presentazione di un volume di Link per cui avevo scritto un pezzo, e mi parve una buona idea decidere di andarci, dato che non lo avevo mai fatto. Tornai a casa, feci i biglietti del treno e prenotai una stanza in una casa vicino ai Navigli. La mattina dopo, all’alba, ero sul treno Parigi-Milano, il pomeriggio entravo in questa casa che si sarebbe rivelata una casa di pazzi precisi, e la sera ero alla libreria Verso gremita di gente, a salutare vecchi amici e a conoscere finalmente colleghi e vicini di indice come Luca, Fabio, Stefania, Arnaldo, o persone come Diletta e Tommaso che erano venute semplicemente ad assistere alla presentazione, come all’epoca si faceva.

Malgrado una certa ormai consuetudine a parlare in pubblico, quando mi passarono il microfono ebbi qualche momento di incertezza, per due motivi: uno) ero seduto su uno sgabello scomodissimo in cui non sapevo che farmene delle gambe (“Accavallo come fossi a Galagoal?” “Cerco di restare in equilibrio tenendo però le gambe aperte e facendomi accusare di manspreading?”); e due) la persona che avevo di fronte era Franco La Cecla, uno che incute timore già dal nome (fran-co-la-ce-cla), figuriamoci averlo davanti. E così, mentre parlavo (“euheuh sì lo zapping è ancora necessario, in fin dei conti cos’è che facciamo quando saltelliamo di story in story su instagram?”), decisi di rivolgermi esclusivamente a una ragazza seduta tra il pubblico che annuiva a-ogni-mia-parola e tutto andò per il meglio (quasi tutto: alla fine avrei voluto fermarmi a parlare con La Cecla di Palermo, Parigi e delle conoscenze in comune, ma La Cecla era già altrove, là, ovunque). Poi chiacchierammo, bevemmo, e finimmo a mangiare una bella pizza crudo e rucola a mezzanotte passata, all’epoca si faceva.

Prima della partenza, il sabato, decisi di consumare le poche ore libere girando per librerie. Finii al Libraccio e, mentre cercavo sotto la L un romanzo di Lethem, trovai un libro proprio di Franco La Cecla: Falsomiele: Il diavolo, Palermo, edito da due punti, una piccola casa editrice con sede nientemeno che in via Siracusa a Palermo. Mi sembrò una giusta coincidenza e lo comprai, assieme a una vecchia edizione di un libro di Yates. 

Andai alla stazione, mi sistemai sul treno, mi lamentai tra me e me dei bambini, dell’aria condizionata, della gente, di tutto, e poi iniziai a leggere il libro di La Cecla. In esergo c’era un lungo estratto da un romanzo di Juan José Saer, L’indagine. Fu una folgorazione, mi parve una delle cose migliori che avessi mai letto sull’essere adulti e su quella che chiamiamo terra natale. Sembrava scritta apposta per me, sempre un po’ di qua e un po’ di là, laterale e sullo sgabello, transalpino in un senso e transalpino nell’altro. E così, mentre il treno si dirigeva verso la frontiera con la Francia, pensai che quelle poche ore a Milano erano state proprio belle, le coincidenze, le chiacchiere, e i libri come al solito a fare da collante alla vita, alle persone, alle cose veramente spensierate, come all’epoca si faceva.

La bella estate non c’è più

Dopo non so più quanto tempo ieri sono uscito di casa senza obiettivi precisi e, come succedeva una volta, dopo un paio d’ore sono finito per puro caso in una brocante piena piena piena di roba e cianfrusaglie e cose inutili e servizi di piatti e quadri e tappeti impolverati.

Per terra c’erano delle frecce tipo ikea accompagnate dalla scritta “per non incrociare le altre persone”. Seguendo il percorso con gli occhi bassi bassi, sono finito in un angolo del locale dove c’era una pila di vecchi libri, tra cui questa edizione francese del 1955 de La bella estate di Pavese.

L’ho sfogliata cercando tracce umane tipo dediche, foto o cartoline come quasi sempre accade con i libri delle brocante. Invece ho trovato qui e là solo delle chiazze ormai secche di umidità. Nella quarta pagina, in basso, il logo di Gallimard e la scritta “Tous droits de traduction, de reproduction et d’adaptation réservés pour tous les pays, y compris l’U.R.S.S”.

Ho cercato con lo sguardo il vecchio proprietario e gli ho chiesto quanto costasse. Lui ha preso il libro in mano, lo ha soppesato, ha detto “Un euro”. Dalla tasca ho preso due monete da cinquanta e le ho messe sul suo palmo. Mi aspettavo che mi desse il libro, invece lui ha esitato, mi ha guardato fisso fisso negli occhi e ha detto “Aspetti, devo dire a mia moglie che La bella estate non c’è più”. Ha chiamato la moglie, lei è arrivata, lui ha detto “La bella estate non c’è più, se l’è presa questo signore”. Lei ha detto “Va bene” e mi ha sorriso. Ho restituito il sorriso. A quel punto il marito mi ha consegnato il libro e ha detto “La bella estate non c’è più”. Io ho detto “Già”. Poi ho messo il libro in tasca e sono uscito.

“Di Jean Genet, con David Bowie”

Nel 1986, qualche giorno prima di morire, Jean Genet andò dal suo avvocato Roland Dumas (ex ministro, sodale di Mitterand, già difensore di Jacques Lacan, Marc Chagall e di Pablo Picasso, per il quale organizzò il rientro in Spagna di Guernica) e gli affidò due valigie piene di testi inediti, documenti, quaderni, appunti, sceneggiature mai realizzate, lettere, cartoline, libretti dei vaccini: “Ne faccia quello che vuole”.

Per una quindicina d’anni queste valigie rimasero nascoste finché nel 2000 Dumas non propose a Albert Dichy, uno studioso dell’opera di Genet, di visionarle. Dichy rimase stupefatto dal contenuto e dalla quantità di materiale: “Les valises obligent à reconsiderer le mite d’un ‘dernier Genet’ silencieux, legende qu’il a lui-même savamment entretenue. Leur contenu raconte la lutte entre un écrivain qui ne veut plus écrire et l’écriture qui le submerge“. Dichy chiese a Dumas di cedere le valigie all’IMEC (Institut mémoires de l’edition contemporaine, che tra le altre cose ospita il fondo Genet), ma Dumas temporeggiò a lungo, prima di cedere nel 2019. I testi vennero ricopiati, analizzati e selezionati. E ora, a fine ottobre 2020 il contenuto delle due valigie verrà esposto a Caen.

Tra i vari documenti fu ritrovata anche la sceneggiatura tratta dal primo romanzo di Genet, Notre-Dame des Fleurs (1943), presumibilmente scritta tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70. Fu un certo David Bowie, deciso a interpretare Divine/Louis Culafroy, protagonista del libro, a proporre a Genet il progetto. I due si incontrarono in un ristorante di Londra agli inizi degli anni ’70. Come scrive Edmund White nella sua monumentale biografia di Genet, Bowie si presentò in abiti femminili, e Genet, quando lo vide (“an attractive woman sitting by herself”) esordì così: “Mr Bowie, I presume”.

Alla fine il film non si fece perché non si trovò nessuno disposto a finanziarlo, ma chissà, magari un giorno pubblicheranno la sceneggiatura, e leggendola potremo scatenare la nostra immaginazione, pensando a quello che avremmo potuto avere, vedere, amare o anche, perché no, detestare: David Bowie nei panni di Divine, diretto da Jean Genet.

[La foto a sinistra è un celebre scatto di Genet (notare le iniziali sulla camicia) ad opera di Hervé Lewandowski. A destra, la foto di una mia copia del librone di White, rispolverata (letteralmente) per l’occasione].