George Gray

Edgar Lee Masters – Antologia di Spoon River (1915)

I have studied many times
The marble which was chiseled for me —
A boat with a furled sail at rest in a harbor.
In truth it pictures not my destination
But my life.
For love was offered me and I shrank from its disillusionment;
Sorrow knocked at my door, but I was afraid;
Ambition called to me, but I dreaded the chances.
Yet all the while I hungered for meaning in my life.
And now I know that we must lift the sail
And catch the winds of destiny
Wherever they drive the boat.
To put meaning in one’s life may end in madness,
But life without meaning is the torture
Of restlessness and vague desire–
It is a boat longing for the sea and yet afraid.

Ho osservato tante volte il marmo che mi hanno scolpito –
una nave alla fonda con la vela ammainata.
In realtà non rappresenta il mio approdo 
ma la mia vita.
Perché l’amore mi fu offerto ma fuggi le sue
lusinghe;
il dolore bussò alla mia porta ma ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma paventai i rischi.
Eppure bramavo sempre di dare un senso alla vita.
Ora so che bisogna alzare le vele
e farsi portare dai venti della sorte 
dovunque spingano la nave.
Dare un senso alla vita può sfociare in follia
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vago desiderio
è una nave che desidera il mare ardentemente ma ha
paura.

Traduzione di Alberto Rossetti (Edizione BUR 1986)

D’argent et de sang


D’argent et de sang, serie in 12 episodi
Xavier Giannoli
Regia: Xavier Giannoli, Frédéric Planchon
Sceneggiatura: Xavier Giannoli, Jean-Baptiste Delafon, Antoine Lacomblez (dal libro omonimo di Fabrice Arfi)


Disclaimer

“Cette série est une oeuvre de fiction inspirée de faits réels. Sa vocation est artistique et non documentaire, et c’est ainsi que doivent être compris les faits décrits, les personnages dépeints, les propos et opinions exprimées.”

As I Was Moving Ahead Occasionally I Saw Brief Glimpses of Beauty

Jonas Mekas, 2000, 288′


(Incipit)

Non sono mai stato veramente in grado di capire dove la mia vita inizia e dove finisce.
Nono sono mai, mai stato capace di dare un senso a tutto, di capire di cosa si tratta, cosa significa tutto questo.
Così, quando ora ho iniziato a mettere tutti questi rulli di pellicola insieme, per giuntarli, la prima idea era di organizzarli in ordine cronologico. Ma poi ho rinunciato e ho cominciato a metterli insieme a caso, nell’ordine in cui li ho trovati sullo scaffale. Perché davvero non so quale sia la collocazione di ogni pezzo della mia vita.
Quindi, lascia che sia, lascia che le cose procedano per puro caso, disordine.
C’è un certo ordine in tutto ciò, un ordine tutto suo che io non comprendo veramente, così come non ho mai compreso la vita intorno a me, la vita reale, come la chiamano, né le persone reali, neanche loro ho mai capito. Ancora oggi non le comprendo, e non voglio veramente comprenderle.

Simón del desierto

Luis Buñuel, 1964
Sceneggiatura di Luis Buñuel e Julio Alejandro


Uomo: Gli uomini si perdono sempre in lotte fratricide, e sempre per la maledizione del tuo e del mio
Simón: Di che parli?
U: Perché l’uomo uccide per difendere quello che crede suo
S: Non capisco… Cos’è il tuo? Cos’è il mio?
U: Guarda, lo capirai. Questa borsa è tua vero? Ora vedrai, basterebbe che io lo negassi e cominceremmo subito a litigare. Su, proviamo. Simón, questa borsa è mia. Di’ che è tua, su avanti dillo
S: (esita) È mia
U: E io ti dico che è mia
S: Allora prenditela
-U: (ride) Il tuo disinteresse è ammirevole, e molto utile alla tua anima, ma ho paura che come la tua penitenza serve ben poco all’uomo
S: Non ti capisco, parliamo linguaggi diversi, vai in pace fratello

Donna: Simón, a che pensi?
Simón: A niente… Come si chiama questo ballo?
D: (ride sguaiata): Carne radioattiva, questo è l’ultimo ballo, il ballo finale (si avvicina a Simón) Questo è il ballo finale
S: Vade retro
D: Vade ultra!
S: Se ti diverti, io vado a casa
D: Io non ci andrei, ti potrebbe capitare qualcosa
S: Che cosa?
D: È la vita ubriacone, devi sopportarla, devi sopportarla fino in fondo!

La donna si mette a ballare forsennata, Simón resta a guardare la folla che si dimena.

My dinner with André

Louis Malle – 1981
Sceneggiatura di Wallace Shawn e André Gregory


Un film di quasi due ore in uno stesso luogo, un ristorante. Due personaggi che parlano, e parlano, per tutto il film. Personaggi che si chiamano come gli attori che li interpretano. E che firmano anche la sceneggiatura. Autori, attori, personaggi. Una cena, un’amicizia, due malinconie. 

Non basterebbero centinaia di pagine per trascrivere questa sceneggiatura. Sono solo parole. Un esercizio di stile, una prouesse testuale che però è anche sostanza. Un monolite compatto che dal 1981 arriva a noi del futuro e del passato, e ci commuove per lo sguardo dritto, naïf, non mediato, non cinico che posa sulle cose e sulla vita.

L’incipit, il ristorante, il finale. C’est tout.

—-

Wallace cammina per le strade di New York.

Wallace: La vita di uno scrittore di teatro è dura, non è facile come pensano alcuni. È dura scrivere commedie che nessuno poi mette in scena. Si prova a fare altri lavori per guadagnarsi da vivere, io ho provato a fare l’attore ma la gente non ti assume e così si passano le giornate a fare commissioni varie. Stamattina mi sono dovuto svegliare alle 10 per fare delle telefonate importanti, sono andato in cartoleria a comprare alcune buste e poi ho fatto delle fotocopie. Avevo un mucchio di cose da fare.  Alle 5 sono arrivato finalmente all’ufficio postale e ho spedito parecchie copie delle mie commedie continuando a controllare la mia segreteria telefonica per vedere se aveva telefonato il mio agente per offrirmi qualche particina. La mia cassetta della posta era piena di bollette ma che cosa potevo fare? Come potevo pagarle? Francamente non posso fare di più.

Vivo in questa città da quando sono nato. Sono cresciuto nell’Upper East Side e quando avevo 10 anni ero ricco, ero un aristocratico, andavo in giro in taxi, non avevo preoccupazioni, non pensavo che all’arte e alla musica. Ora ho 36 anni e penso soltanto ai soldi.

Alle 7 della sera il mio unico desiderio è di tornarmene a casa e farmi preparare una buona cenetta dalla mia dolce Debby. Negli ultimi anni, data la nostra situazione finanziaria, Debby è stata costretta a lavorare tre sere alla settimana come cameriera. Dopotutto qualcuno deve pur portare a casa un po’ di soldi e quindi devo fare da solo.

Sfortunatamente per una serie di circostanze ho dovuto accettare di andare a cena con una persona che da anni cerco di evitare. Si chiama André Gregory. Per un certo periodo è stato il mio migliore amico e anche il mio più valido collega in teatro; infatti, è lui che mi ha scoperto e che ha messo in scena una delle mie commedie. Quando lo conobbi André era all’apice della sua carriera di regista teatrale. Il lavoro sorprendente che aveva fatto con la sua compagnia, la Manhattan Project, aveva sbalordito il pubblico di tutto il mondo. Ma poi gli era successo qualcosa, aveva abbandonato il teatro. Era più o meno scomparso. Per mesi la sua famiglia sapeva soltanto che era in viaggio in qualche paese sperduto come il Tibet e questo era strano perché amava molto sua moglie e i suoi figli e non gli piaceva affatto stare lontano da casa. Oppure si veniva a sapere che qualcuno lo aveva incontrato a una festa mentre raccontava alla gente che sapeva parlare con gli alberi e cose simili. Chiaramente era successo qualcosa di terribile ad André.

L’idea di rivederlo mi innervosiva moltissimo. Proprio non mi sentivo adatto a questo genere di cose. Avevo i miei problemi, non potevo essere di aiuto ad André. Non facevo mica il medico no?

Wallace arriva al ristorante. Inizia la cena. 

Wally e André iniziano a parlare.

André: va bene sì, siamo annoiati siamo tutti annoiati adesso, ma hai mai pensato, Wally, che il processo che genera questa noia in tutti quanti noi oggi potrebbe essere una forma auto riproducente ed inconscia di lavaggio del cervello creata da un governo totalitario mondiale basato sul denaro? E che tutto questo è molto più pericoloso di quanto si creda e che non è solo una questione di sopravvivenza individuale ma che qualcuno che si annoia è addormentato e chi è addormentato non dice di no? Gente così se ne vede continuamente. Ecco pochi giorni fa ho incontrato una persona che ammiro molto, un fisico svedese. Mi diceva che ormai non guarda più la televisione e che non legge più niente né giornali né riviste, si è completamente estraniato da tutto, perché è convinto che noi oggi stiamo vivendo in una specie di incubo alla Orwell e che tutto quello che sentiamo contribuisce a trasformarti in robot. 

Vedi, secondo me è possibile che gli anni 60 siano stati l’ultimo empito del genere umano prima che si estinguesse e che questo è l’inizio del resto del nostro futuro che d’ora in poi non ci saranno altro che questi robot che vanno in giro senza sentir niente, senza pensare niente. 

Non so non so cosa succede a te, Wally, ma io ho dovuto seguire un corso di addestramento per diventare un essere umano. Cosa provavo in quel momento non lo so, quali cose mi piacevano, che genere di persone desideravo veramente frequentare, e l’unico modo per saperlo era far smettere ogni rumore esterno, smettere di recitare per poter ascoltare quello che c’era dentro di me. Arriva il momento che si ha bisogno di fare questo, c’è gente che probabilmente ha bisogno di andare nel Sahara, chi può farlo a casa propria, ma hai bisogno di far tacere il rumore. 

 La gente secondo me si aggrappa a queste immagini di padre, madre, marito moglie sempre per lo stesso motivo, perché sembra che forniscano un terreno ben solido. Ma cosa significa? Non c’è moglie o figlio o marito. Chi sono? Un bambino ti afferra la mano ed a un tratto un uomo grande e grosso ti solleva da terra e poi scompare. Dov’è quel figlio?

(Qui è dove un pezzo di me si è staccato e non è più tornato)

La cena è finita.

Wally: Tutti gli altri clienti erano andati via da ore. Ci hanno portato il conto e André ha pagato la cena. Mi sono offerto un taxi, sono tornato a casa passando per le strade della città. Non c’era strada, non c’era negozio che non fossero collegati a qualche ricordo nella mia mente. Là avevo comprato un vestito con mio padre, là andavo a prendere il gelato dopo la scuola. Quando finalmente sono arrivato a casa, Debby era tornata dal lavoro e le ho raccontato tutto della mia cena con André.

Cento euro

A Natale Macron mi ha regalato cento euro. Non solo a me, a tutti i residenti che pagano le tasse in Francia. Io sono residente in Francia, pago le tasse in Francia e tra i propositi del nuovo anno c’è quello di prendere la nazionalità francese. Devo ancora sciogliere qualche dubbio sul fatto di voler diventare parte di questa gente, ma nell’attesa io i cento euro me li merito tutti.

In realtà diverse categorie devono ancora ricevere i soldi, ma abbiamo le parole giuste, usiamole: si chiama “indemnité inflation” e non c’è bisogno di tradurre. Ora, cento euro non cambiano la vita, ma un paio di scarpe con i saldi di gennaio probabilmente sì. Per capire come sta messa la gente, se digiti su google “100 euros Macron” il primo risultato che appare è QUANDO? La gente ha bisogno di risposte, ma soprattutto di potere d’acquisto.

Tra tre mesi si terranno le elezioni presidenziali: il primo turno il 10 aprile, il secondo il 24 aprile. Per la prima volta dopo moltissimo tempo le parole maggio e francese non potranno stare nella stessa frase. Molto triste. Quanto tempo è tre mesi? Poco? Molto? Più o come meno come cento euro? Non so, ma ecco la situazione: in questo momento in Francia ci sono più candidati che gente disposta ad ammettere che la vita ha ancora un senso. Candidate fasciste, candidati più a destra dei fascisti, candidati mezzi fascisti, donne fasciste, gay fascisti, comunisti fascisti, verdi pallidi, socialiste in via d’estinzione, passanti ubriachi: meno male che non ho ancora la nazionalità perché avrei avuto davvero l’imbarazzo a scegliere in mezzo a gente da cui non mi farei offrire non dico una cena, ma nemmeno cento euro.

Macron ancora non ha sciolto le riserve su una sua candidatura, ma insomma sappiamo già come andrà a finire. Per ora ha l’atteggiamento del preside buono che lascia sfogare i bimbetti e le bimbette nel cortile durante la ricreazione, e al momento giusto alzerà la voce e ordinerà di tornare in classe. Il copione sembra già scritto. D’altronde in Francia sono abitudinari, si affezionano alle cose e ci mettono sempre un po’ a liberarsene: i diritti umani, gli scioperi, la satira, i libri di Houellebecq a gennaio, cose così.

Per cinque anni ho sperato in un’alternativa credibile a questo modello economico e politico, a questa classe dirigente, a questo impoverimento del discorso pubblico. Ma adesso il tempo sta scadendo e i segnali sono pessimi. Come diceva mia nonna, meglio il tinto conosciuto che il buono da conoscere? Non so, so che il mondo si è complicato ulteriormente, tutto quello che poteva andare storto andrà ancora più storto e io nel frattempo mi sono fatto più pragmatico: per esempio l’unica cosa mi interessa in questo momento è capire come spendere questi cento euro.

Facciamo che entra

L’altra mattina, sul lungomare-che-non-c’è di Palermo, alcuni ragazzi giocavano a basket. A un certo punto uno di loro ha provato un tiro da tre difficilissimo. L’attimo si è cristallizzato, e così il cielo, il riverbero del sole, i clacson in sottofondo. Ognuno sperava qualcosa di diverso, io scattavo questa foto: il pallone entrerà o non entrerà? Il ragazzo esulterà o si dispererà? Era l’ultimo tiro prima di tornare a casa o continueranno a giocare? Non so perché mi è venuto in mente il 2022, ho pensato Dai, facciamo che entra.

Certe lusinghe che solo qua

E quindi alle due e mezza di giovedì atterro a Fiumicino, prendo il trenino per Termini, vado a Monti (“Posso metterla nella lista infinita di case? Valgono quattro giorni?”), poso lo zaino e vado di corsa al Quattro Fontane, proprio oggi esce il film di Nanni Nanni Nanni, e ancora con il sapore in bocca del pessimo panino easyjet faccio il biglietto a 8.50 euro (“Come si vede che state ancora nelle grotte”), mi guardo attorno, non riconosco il cinema degli anni dell’università, devono averlo ristrutturato e meno male, non ho tempo e voglia per i lagrimoni, non stavolta, e neppure dopodomani, Nanni Nanni Nanni, ma quella storia di Scamarcio era proprio necessaria necessaria?, la sera scende su Roma e io non provo niente, ma niente proprio, la calamita mi porta a Piazza Farnese (“Dagli amici tuoi”) e a certi luoghi che meriterebbero pellegrinaggi di gruppo (“Sono sotto l’Abacus, scendi?”) e a certe lusinghe che solo qua, ma come è possibile?,

poi mi sveglio, vado al Libraccio, tutto uguale, sempre uguale, e poi a piedi fino al Macro, non c’è nessuno, tutto gratis e tutto per me, e poi il pranzo a Villa Torlonia, cantieri, quanti cantieri, e prendere il sole sull’erba secca secca ancora secca del 2004, e il Chiostro del Bramante, primo aperitivo, andiamo a Campo a farci il secondo, e il terzo?, e perché una bella gricia no?, e la mattina dopo ci sono già mille gradi e io ancora non ho voglia di lagrimoni ma di scarpette da corsa, colle oppio, villa celimontana, lavori in corso, sempre in corso, per sempre in corso, un km moltiplicato per dodici quanto fa?, ci vediamo a San Paolo, la cappa di sole bianco che vale più di mille sceneggiature e mille dialoghi, e i totani e i calamari e il polpo e ancora gli anni dell’università, uno gira pianeti e costellazioni e buchi neri e la cattedra di Abruzzese a Sociologia mi ritroverà sempre, Agrigento Garbatella Devastazione Ovunque,

e a Trastevere ci arrivo dunque saltellando con la spensieratezza demente di chi non si ricorda niente, ma poi che c’è da ricordare?, forse quel bar con lo Sceneggiatore Esperto che doveva essere il nostro mentore e invece voleva solo ubriacarsi e forse scoparti mentre io mi annoiavo guardando altrove, la banda militare intanto si sta apparecchiando per suonare l’Inno Nazionale davanti alla chiesa, i cellulari come gli accendini come ai concerti, Roma sempre bella di sorprese e di divise e di fasci a loro insaputa, ma poi le belle notizie, quelle belle belle belle, le amiche e gli amici che cambiano vita, tre giorni e già ne conto tre, tre che mi dicono Ho dato le dimissioni e io dico Hai fatto bene, pure io le darei se avessi un lavoro, ma ne ho quattro, come si fa, da chi da cosa mi devo dimettere?, e poi il cinema, l’ex Filmstudio che ora è una sala congressi e ogni tanto si ricorda dei film in sala, i plexiglass semoventi (“Fate finta che siete amanti lesbiche e ve lo fanno spostare, qui siamo in territorio liberato”), la bellezza del nostro lavoro finalmente mostrato (“Ma noi mica restiamo, lo sappiamo a memoria ‘sto film, ci vediamo fuori”) e gli abbracci e le facce mezze buie così non si vedono i decenni precipitati sui nostri occhi,

e la giovane donna con il senso del colpo di scena che mi prende il braccio e mi chiede ODDIO MA QUINDI TU SEI TFM? e il silenzio ci coglie così, ventenni con tanto tempo libero e blog da far girare a palla, vero V.?, (“QUESTO SÌ CHE È UN SIGNOR BONUS DVD”) e io le dico Chi te lo doveva dire che da splinder mi ritrovavi alle prese con il sadomaso e i frustini e lei mi molla un principio di lagrimone, il primo, che resta lì, primo e ultimo, sospeso nel gargarozzo, quando dice “Mi ricordo un post su Battisti, SAI io ti commentavo”, e io vorrei piangere, piangere davvero, ma non esce niente, grazie Roma, grazie per avermi dato un cuore di pietra dura e aguzza, “Scusate dobbiamo andare a mangiare le polpette”, oh sì le polpette quante polpette, che belle le mischielle di polpette a Trastevere, a parlare mezzo inglese e mezzo chissà con questo gigante regista di due metri e mezzo (“Ohhh Nicooooh tell me your opinione about science-fiction” “Ohhh Jaaakkke I don’t know, per caso you wanna taste this polpetta con la scamorza?”), e G. che guida come si deve guidare a Roma, cioè come i selvaggi assassini e psicopatici, o forse solo come gli eterni minorenni sul lungotevere che pensano di avere il mondo in mano e tra qualche lustro saranno al posto nostro, toh, tenete questo ricordo, eccolo, e i coinquilini provvisori russi, con l’infante che piange e strepita e urla alle due del mattino e io do pugni sul muro come quando abitavo sulla Cassia (“Ma non avevi detto che tu solo Roma Est?”),

e la seconda colazione della domenica con l’amico ritrovato ci coglie così, siamo non dico reduci ma forse solo gente onesta che si dice le cose anche con dodici anni di distanza, le cose che di solito non si dicono, e poi tante altre, e uno due e tre abbracci davanti al benzinaio dell’Appia (“Certo che Roma è sempre così cinema”), e la seconda proiezione a Trastevere (“Questa è davvero La dernière séance”) (“Quante altre battute sul titolo dobbiamo sorbirci?, così, per regolarci”) insomma è per pochi intimi ma buoni (“Prego accomodatevi, fate come se foste a casa mia”), il dibattito lo facciamo fuori con le mani a visiera sugli occhi, è l’ultima volta, stavolta, che vedo questo sole bianco putrescente, oh Roma che bella che sei Roma, mentre schizzo a piedi sul Ponte Sisto in mezzo ai boati come bombe del derby, che poi che devi fare a Roma, magnà e bève, e allora che sia, una due cento bottiglie di Pecorino dell’Abruzzo, tanto a casa, o quello che è, ci arrivo a piedi, quella volta dissi 1471 km tutto dritto da Pietralata a Place Monge che ci vuole, in effetti sì, che ci vuole, il tempo di brindare con altri derelitti a via Merulana, e poi a Termini, sempre Termini, e Fiumicino, e a mezzanotte atterro a Charles De Gaulle, prendo la Rer B che si blocca a Aulnay-sous-Bois per dieci, venti, mille minuti e un tipo si innervosisce, fa avanti e indietro, dà pugni sul vetro, sputa per terra, e io intanto sbadiglio e penso che questo film l’ho già visto, e per movimentare la cosa il protagonista a questo punto dovrebbe guardare fuori dal finestrino lercio, riconoscersi con aria sorpresa nel riflesso mentre infine un copioso lagrimone gli scende sulla guancia, ma poi il treno riparte, destinazione Denfert-Rochereau: ciao ciao Roma, io torno a casa, quella vera.

Ho visto quarti, semifinale e finale

Ho visto quarti, semifinale e finale degli Europei a Palermo, sempre nello stesso posto, nello stesso punto dello stesso marciapiede della stessa piazzetta, scroccando il maxischermo di uno dei bar della mia giovinezza, abbracciato a uno di quegli ombrelloni enormi, per stare più in alto degli altri, mentre sconosciuti a caso lo bilanciavano dall’altra parte per evitare di ballare troppo: le notti erano eterne, non ancora magiche.

Ho visto quarti, semifinale e finale in una bolgia che man mano bruciava sempre di più, soffrendo quando tutto sembrava perso, sperando quando tutto sembrava fatto. Non ho cantato l’inno, ma ho previsto Bonucci in finale (“Ma non vale, tu lo nomini sempre quello, a prescindere”), mi sono lasciato definitivamente sedurre dall’intelligenza tattica di Mancini (“Cristante? Viva Cristante”), ho sorriso con Mattarella e pensato Minchia che angoscia, sempre angoscia quanta angoscia, mai una cosa bella facile facile nei novanta minuti. Ho resistito resistito e resistito al facile insulto contro gli avversari ma poi, finale oblige, mi sono dimenticato di tutto e ho urlato Suca all’odioso numero tre dell’Inghilterra, Cornuto all’arbitro e Dovete buttare sangue un po’ a casaccio.

Ho visto quarti, semifinale e finale nel ventre di Palermo, l’unico luogo a cui appartengo, mio malgrado: così è. Tre partite, in mezzo a ladri, poeti, nobili, teppisti veri e altri volenterosi che mai lo saranno, e poi amici, conoscenti, sconosciuti. Ho visto fuochi d’artificio prima del tempo, esibizioni di moto truccate in mezzo ai rigori, turisti stranieri sgomenti di gioia altrui, dopo tutto.

Ho visto gente pregare, piangere, coprirsi gli occhi con le mani, come nei film di paura. Ho visto facce bellissime, le stesse che ritrovo negli anfratti più sordidi della città, ho visto un’Ape con una quindicina di persone a bordo e un bimbo di pochi anni lanciato in aria come il trofeo che non avevano mai avuto. E poi, quando tutto era abbastanza, sono tornato indietro a recuperare la macchina, camminando piano, sorridendo, scuotendo incredulo la testa. Il posteggiatore se ne stava da solo, in questa viuzza laterale e silenziosa, fuori dal mondo. Poteva essere qualsiasi momento di qualsiasi tempo, invece lui mi ha chiesto C’è bordello in centro, vero?