Ladro lui, ladra lei

Luigi Zampa – Ladro lui, ladra lei – 1958

Cencio (Alberto Sordi) è a Regina Coeli. Un giorno sua madre e Cesira (Sylva Koscina), una ragazza di cui è innamorato, vanno a trovarlo. Anche il fratello di Cesira è in galera.

Dopo i saluti di rito Cesira chiede a Cencio: Ma mio fratello non viene?

Cencio: Eh no, l’hanno trasferito al carcere di Civitavecchia, non lo sapevi?

Cesira: No…

Cencio: E come no? Non s’è voluto fare il vaccino. C’hanno fatto il vaccino, ma’

Madre: E perché v’hanno fatto il vaccino?

Cencio: Dice che fuori c’è l’asiatica, non vuole uscire più nessuno… Forse tra poco ci sarà un’amnistia e allora… (si interrompe, guarda Cesira con occhi innamorati) Cesi’ ma quanto sei bbbella

(Era il 1958)

Manuale svelto svelto per chi come me in giorni di pioggia e pandemia

Manuale svelto svelto per chi come me in giorni di pioggia e pandemia deve prendere per motivi di lavoro le metropolitane di città che una volta movimentavano milioni di persone e oggi molte meno ma comunque abbastanza per gettarci nel panico ogni volta che qualcuno dà un colpo di tosse.

Scegliere sempre l’ultimo vagone tutto a sinistra del binario o l’ultimo tutto a destra (ovviamente non sulle linee che si fermano ai piedi delle scale).

Entrare nel vagone e fare subito un giro di OCCHI PAZZI per individuare:
-malati mentali
-gente con mascherine altermondialiste fatte di tessuto, boh, omeopatico
-gente che mangia (mandarini, biscotti, caponatine etc)
-gente che continua a scambiare i vagoni per centri estetici un po’ così e si taglia le unghie perché, ehi vuoi mica dirmi cosa posso e non posso fare?
-gente che ritiene opportuno portare le mascherine lasciando il naso scoperto
-gente che ritiene opportuno abbassare la mascherina per soffiarsi il naso, fare quel che deve fare, e poi rimettersi la mascherina, così, senza gel ma con una faccia tosta che si meriterebbe di essere presa a ceffoni per sempre

Finito il giro di OCCHI PAZZI, se nessuno di questi casi si verifica, mettersi nel punto più lontano da chiunque e pensare alle cose belle tipo, boh, una passeggiata al mare, Jean-Pierre Bacri, Mia Ceran.

Se si verifica un solo caso, iniziare a fare su e giù per il vagone fingendo di cercare qualcuno che in realtà non esiste.

Se si verificano due casi, allarmarsi tantissimo e cambiare vagone alla prima fermata utile e ritornare alla casella di partenza (OCCHI PAZZI etc).

Se si verificano tre o più casi in due o più vagoni consecutivi iniziare a correre fortissimo in qualsiasi direzione finché non spunta un varco spazio-temporale per l’universo parallelo in cui in questo momento siamo tutti tristi e infelici ma per i noiosi motivi di prima.

Come all’epoca si faceva

A quanto pare la prima volta che un tg del servizio pubblico francese ha dato la notizia (“Un misterioso virus”) fu il 18 gennaio del 2020, un sabato mattina come un altro. Non ho ricordi molto precisi di quel weekend (perché dovrei averne, dopotutto?), se non che il pomeriggio andammo a una mostra di Peter Hujar al Jeu de Paume, che camminammo a lungo alle Tuileries e che la sera mangiammo in uno di quei bistrot discutibili di cui all’epoca ero solito lamentarmi.

Qualche giorno dopo, un mercoledì, mentre sudavo sul vogatore della palestra, mi venne in mente che l’indomani ci sarebbe stata la presentazione di un volume di Link per cui avevo scritto un pezzo, e mi parve una buona idea decidere di andarci, dato che non lo avevo mai fatto. Tornai a casa, feci i biglietti del treno e prenotai una stanza in una casa vicino ai Navigli. La mattina dopo, all’alba, ero sul treno Parigi-Milano, il pomeriggio entravo in questa casa che si sarebbe rivelata una casa di pazzi precisi, e la sera ero alla libreria Verso gremita di gente, a salutare vecchi amici e a conoscere finalmente colleghi e vicini di indice come Luca, Fabio, Stefania, Arnaldo, o persone come Diletta e Tommaso che erano venute semplicemente ad assistere alla presentazione, come all’epoca si faceva.

Malgrado una certa ormai consuetudine a parlare in pubblico, quando mi passarono il microfono ebbi qualche momento di incertezza, per due motivi: uno) ero seduto su uno sgabello scomodissimo in cui non sapevo che farmene delle gambe (“Accavallo come fossi a Galagoal?” “Cerco di restare in equilibrio tenendo però le gambe aperte e facendomi accusare di manspreading?”); e due) la persona che avevo di fronte era Franco La Cecla, uno che incute timore già dal nome (fran-co-la-ce-cla), figuriamoci averlo davanti. E così, mentre parlavo (“euheuh sì lo zapping è ancora necessario, in fin dei conti cos’è che facciamo quando saltelliamo di story in story su instagram?”), decisi di rivolgermi esclusivamente a una ragazza seduta tra il pubblico che annuiva a-ogni-mia-parola e tutto andò per il meglio (quasi tutto: alla fine avrei voluto fermarmi a parlare con La Cecla di Palermo, Parigi e delle conoscenze in comune, ma La Cecla era già altrove, là, ovunque). Poi chiacchierammo, bevemmo, e finimmo a mangiare una bella pizza crudo e rucola a mezzanotte passata, all’epoca si faceva.

Prima della partenza, il sabato, decisi di consumare le poche ore libere girando per librerie. Finii al Libraccio e, mentre cercavo sotto la L un romanzo di Lethem, trovai un libro proprio di Franco La Cecla: Falsomiele: Il diavolo, Palermo, edito da due punti, una piccola casa editrice con sede nientemeno che in via Siracusa a Palermo. Mi sembrò una giusta coincidenza e lo comprai, assieme a una vecchia edizione di un libro di Yates. 

Andai alla stazione, mi sistemai sul treno, mi lamentai tra me e me dei bambini, dell’aria condizionata, della gente, di tutto, e poi iniziai a leggere il libro di La Cecla. In esergo c’era un lungo estratto da un romanzo di Juan José Saer, L’indagine. Fu una folgorazione, mi parve una delle cose migliori che avessi mai letto sull’essere adulti e su quella che chiamiamo terra natale. Sembrava scritta apposta per me, sempre un po’ di qua e un po’ di là, laterale e sullo sgabello, transalpino in un senso e transalpino nell’altro. E così, mentre il treno si dirigeva verso la frontiera con la Francia, pensai che quelle poche ore a Milano erano state proprio belle, le coincidenze, le chiacchiere, e i libri come al solito a fare da collante alla vita, alle persone, alle cose veramente spensierate, come all’epoca si faceva.

A Parigi non esistono i citofoni

In questi giorni ho rivisto il ciclo dei cinque film di Antoine Doinel. Ri-colpo di fulmine per Baisers Volés (Baci rubati, 1968). A parte l’amore inesauribile per Jean-Pierre Léaud, a parte lo splendore di Delphine Seyrig e la sorpresa di ritrovarci un già imponente Michel Lonsdale, due cose più di tutte mi hanno colpito:

1) La caserma in cui si trova all’inizio del film Antoine è a pochi minuti a piedi da casa mia. Così l’altro giorno sono andato a scattare una foto il più possibile vicina all’originale. Tutto uguale, come spesso capita a Parigi, tranne il semaforo, che all’epoca non c’era. In realtà, per mettermi davvero nei panni di FT, avrei dovuto bussare a un citofono del palazzo di fronte, salire all’ultimo piano e scattare la foto dall’alto. Il problema è che a Parigi non esistono i citofoni. 

2) A un certo punto Antoine va a lavorare in un’agenzia investigativa. Un giorno scoppia una bagarre tra un cliente e tutti gli impiegati. Una di loro va a chiamare un dentista del piano di sopra per farsi aiutare (la segretaria apre la porta dello studio portando degli occhiali da sole, tf). Il dentista arriva e molla due ceffoni al cliente. Segue molta confusione ma soprattutto questo: Jean-Pierre Léaud inciampa, cade (nel frame in alto si vede l’inizio del volo) e scompare dall’inquadratura. L’attore che interpreta il dentista lo vede cadere (fuori scena) e si mette a ridere. La scena poi prosegue senza più traccia di Antoine. Basta questo per spiegare perché da giorni non faccio altro che risistemarmi il ciuffo che peraltro non ho, come Antoine? Io dico proprio di sì. 

E adesso torno ad ascoltare Que reste-t-il de nos amours, per il resto dei miei giorni.

Paris c’est quoi? Paris c’est qui?

Qualche mese fa, una persona che stimo mi ha sorpreso scrivendomi che le dispiaceva che partivo per Palermo perché quando parto per Palermo ha sempre l’impressione che poi non torno a Parigi e così Parigi perde qualcuno di bello. Sono rimasto senza molte parole perché non sappiamo mai come ci vedono gli altri da fuori e, soprattutto, non è così frequente che la gente dica le cose belle. Il primo gennaio 2021, verso sera, stavamo camminando a piedi senza meta e a un certo punto ci siamo fermati nei pressi di place des Vosges, che piace sempre a tutti ma a me insomma. E invece quella sera mi è parsa magnifica, i portici, questa piccola rue de Béarn, il giallo dei lampioni, il freddo che trasi ‘ndallossa, il silenzio. Il silenzio. E, mentre scattavo questa foto, mi sono tornate in mente le parole della persona che stimo e poi ho pensato che dopo tanti anni ancora mi chiedo, come in quella vecchia canzone: Paris c’est quoi? Paris c’est qui?

Visioni di un anno pas comme les autres

Quando arrivai a Parigi, mi sembrò subito di essere nel paese dei balocchi grazie a una piccola tessera plastificata di 8×5 cm: per una ventina di euro al mese potevo andare al cinema tutte le volte che volevo. E quando dico tutte è: tutte. Ci sono molti modi per imparare a conoscere una città, uno dei miei è stato entrare in sale da dieci posti, da cinquecento, in periferia, in centro, sale di prime e seconde e terze visioni, sale con cinefili, sale con psicopatici, sale con Louis Garrel tra gli spettatori.

La smetto subito con la retorica di quanto è bello andare al cinema però si è capito: l’anno scorso sono tornato ai livelli di quando ancora non avevo scoperto l’Aurora di Tommaso Natale. Una pena. Solo quattro volte, me le ricordo tutte. Due a Parigi a gennaio. Una a Milano sempre a gennaio, in occasione dell’ultima cosa pazza fatta in vita mia: all’Odeon (o era l’Orfeo?) ho visto Hammamet di Amelio chiedendomi come si potessero tenere assieme la migliore interpretazione di Favino della sua carriera (nel senso che non ti viene mai da chiedergli: Favino ti levi per favore?), e la peggiore performance della storia del cinema di tutti i tempi (l’altro, coso, il co-starring). L’ultima volta a Palermo, un giorno uggioso di settembre: al Rouge et Noir (dove sennò?) ho visto Le sorelle Macaluso di Emma Dante. In sala c’erano due mamme con cinque bambini (che durante il film correvano indisturbati per la sala) e alla fine del film una delle due donne disse: Che pesante, mi aspettavo più risate. Io la guardai, la odiai, dissi: Madame, le cinéma n’est pas un parco giochi, la honte! E me ne tornai su via Maqueda, sdegnatissimo.

Dice: e che hai fatto in tutto il tempo che non sei andato al cinema? Ho visto altri film, tanti film. Piattaforme, streaming. Ma anche diversi festival che altrimenti mi sarei perso: Annecy, Torino, Divergenti. Ho compensato il dolore dello schermo piccolo e obbligatorio (esempio: sarebbe stato meglio vedere Days di Tsai Ming-Liang in sala? Risposta: CHE DOMANDE) (ok, sono una di QUELLE persone che scassa il cazzo con l’odore della carta, spegni quel telefono, dove andremo a finire) (ma leggo anche su kindle e sono abbonato a Mubi) con la scoperta random di gente sconosciuta, o la riscoperta di classici mai visti, o la re-visione completa dei miei confort-film, nei giorni più cupi.

Ho smesso di fare bilanci quando hanno chiuso splinder e un’orda di dilettanti è arrivata alle porte della città, ma stavolta mi pareva giusto fare un’eccezione. I tre film a cui ho pensato e ripensato, senza sosta, sono: Never Rarely Sometimes Always di Eliza Hittman (la scena del bacio, quelle mani; la scena del karaoke con gli amatissimi A Flock of Seagulls); Sin señas particulares di Fernanda Valadez (la scena della rivelazione finale; il fuoco; la testa che va a Ma’Rosa di Brillante Mendoza); Ema di Pablo Larraín (ancora il fuoco; Mariana Di Girolamo, qualsiasi cosa faccia Mariana Di Girolamo, ho già detto Mariana Di Girolamo?).

Tra le serie, cito quelle che mi hanno influenzato per le cose che penso, scrivo, faccio, per il mio lavoro e non solo: l’ultima stagione di BoJack Horseman, il solo, unico, vero capolavoro della piattaforma che non voglio manco nominare (e sempre grazie a A., che ha dovuto convincermi a guardarla anni fa, io così scettico; e ora invece indosso una maglietta del mio amico Mr. Peanutbutter, oh oh oh); la prima stagione di Industry(BBC2/HBO), sottovalutata all’inizio per lo specchietto trito del sesso e del full-frontal e invece interessante e divertente declinazione dell’intersezione Potere/Denaro/Umiliazione (con una colonna sonora che avrei voluto impilare io, io, io; e un Harry Lawtey da cui vorrei prendere lezioni di danza); la prima stagione di We are who we are (HBO), serie sgummata e sbilenca, ma che non assomiglia a niente di già visto (qualcosa vorrà dire)(oh, quanto avrei dato per essere nella writer’s room con Guadagnino, Giordano e Manieri); e poi le tre stagioni di High Maintenance (HBO, 2016–2019) che, viste da questa parte della barricata, dicono parecchio su cosa e come eravamo, noi come occidentali con i nostri problemi da primo mondo viziato e dolcissimo. Curioso di scoprire cosa verrà, dopo.

Bonne nouvelle

Ieri, primo gennaio duemilaventi, abbiamo preso la linea 8. Passando da Bonne Nouvelle abbiamo trovato questa scritta. Nella carrozza eravamo in quattro, e in quattro abbiamo sorriso. Su una metro parigina non succedeva dal ’67 (detto altrimenti: la nostra azienda dei trasporti pubblici è migliore della vostra).

Una specie di bilancio

E persino una città come Parigi, ossessionata dalle facciate pulite, no panni stesi, no antenne, no balconi, no niente, quest’anno si è lasciata un po’ andare. Alcune scritte sono rimaste più a lungo, il presunto decoro poteva attendere o, semplicemente, anche i censori erano esausti.C’è l’ancien monde all’esterno di una banca, nei giorni delle proteste, quando la paralisi generale dello scorso inverno ci pareva il problema più grande; c’è l’immonde d’après di uno dei miei posti preferiti della città, poco dietro l’amatissima libreria Le Monte-en-l’air dell’amatissima Ménilmontant; c’è la prima immagine dopo tre settimane consecutive di casa, il lenzuolo con la proposta di matrimonio all’immaginiamo bel Jeremy; c’è la rivendicazione di essere qui je suis lasciata così, sul marciapiede, fatene quel che volete, i fondamentali.E poi. C’è il saluto dei marinai palermitani nei giorni del Festino, il primo Festino senza il Festino, raffinata figura retorica che, mi piace pensare così, sapeva di esserlo; e c’è l’afasia di quei giorni di settembre, davanti a quelle lettere scomparse, o dimenticate. Gentilezza e atti di bellezza. Un imperativo sospeso nel vuoto, cliffhanger sugli orrori moltiplicati dell’ultimo biennio: l’unico rimpianto è non essere tornato in quella traversa di via Roma con i secchi di vernice bianca e un grande pennello. Chissà, magari sono ancora in tempo, a Palermo si è sempre in tempo.

La bottiglia di aranciata

Pomeriggio d’estate, la stagione che stavolta deve solo far uscire i pensieri senza altri pensieri, sto guidando senza meta su una statale siciliana, direzione il mare, uno qualunque. La strada è sgombra, a sinistra il nulla, a destra il nulla, ogni tanto una macchina, ogni tanto un cartello, ogni tanto una rotatoria cervellotica. Volendo descrivere questo territorio che ha regalato alcuni tra i più importanti scrittori del Novecento, siciliano, italiano, europeo: ogni cosa è arida, ogni cosa è accesa dal sole e bruciata dall’uomo, ogni cosa è rallentata dalla minaccia della terra che si fa acqua e allora perché continuare a costruire questo ponte, lasciamolo così, a metà costruito, a metà sospirato. Soprattutto: ogni cosa è aggrovigliata, senza logica, senza costrutto, sensi unici sensi doppi sensi tripli, come per dispetto, come a dire dal labirinto non si esce, inutile che ti agiti, qua stiamo e qua staremo. Ma poi, e lo sai solo poi, le promesse si avverano,

e allora dalla statale svoltiamo a destra all’ultimo istante utile, il cartello blu con la freccia è già un ricordo, entriamo a S., questo paesino non previsto che prima era solo un suono e ora invece parcheggiamo nella piazzetta principale, sotto un monumento ai caduti della guerra, nomi, cognomi, date di nascita, date di morte. Cosa ti aspetti da un paesino siciliano, un pomeriggio d’estate: case basse, fiat panda e fiat ritmo, manifesti elettorali scoloriti, un gruppo di vecchi seduti su un muretto all’ombra, adolescenti che sgasano sui motorini, ridono, un bar deserto, un ragazzo e una ragazza, sistemano le sedie e spazzano per terra, dagli enormi amplificatori Be my lover e Freed from desire stordiscono il tempo sospeso degli anni che non lasceremo mai andare via. Cosa non ti aspetti da un paesino siciliano, un pomeriggio d’estate: questa è la facciata, la conferma dei luoghi non a caso comuni, ma la parte migliore è sempre dietro, le quinte che non sai cosa ti riservano, e poi, solo poi, le promesse che si avverano. Vicoli, scale, uno spiazzo, una vallata che parte da qui e finisce là, silenzio. Siamo due e siamo gli ultimi su questa terra, non è più Sicilia, è sempre e solo Sicilia. Ruotiamo su noi stessi, le uniche tracce umane: secchi rovesciati, muri stinti, piante secche, la porta aperta di una vecchia casa, abbandonata. Sembra che chiunque sia scappato all’improvviso, gli invasori, o qualcosa del genere. Cercate la chiesa?,

dal nulla, una voce, dall’alto, alle mie spalle. Mi volto, alzo gli occhi, metto le mani a visiera. Una donna, anziana, sta dando da bere alle piante del suo balcone. Esito, non stiamo cercando la chiesa, ma la donna, con il suo sorriso, mi convince che Sì, signora, stiamo cercando la chiesa. Lei poggia l’annaffiatoio verde, asciuga le mani sul grembiule, prende un gran bel respiro e spiega come arrivarci, A quest’ora è chiusa ma voi provate a bussare lo stesso. Siete turisti? Turisti no, stranieri un po’ sì, Palermo, Genova, Parigi. Parigi?, il volto della signora si illumina ancora di più, Ma io parlo francese, ho vissuto in Svizzera tanti anni, Voulez-vous quelque chose à boire?, sorridiamo, lei dice aspettate che scendo giù, così è brutto parlare, fate il giro della casa che stiamo più comodi. Obbediamo, facciamo il giro,

e lei è già lì, ci viene incontro con una bottiglia da mezzo litro di un’aranciata: ecco, è per voi, la tengo in frigo per i turisti che cercano la chiesa. Mi porge la bottiglia, questa donna sbucata dal nulla, i capelli lunghi e imperfetti, i segni di un’età che va avanti da troppo tempo, i suoi occhi piantati nei miei, prendo la bottiglia, come fosse la staffetta di chissà quale segreto che custodirò almeno per il resto di questo pomeriggio: si chiama Maria, negli anni ’70 è emigrata in Svizzera e ha vissuto parecchi anni in questa città che si chiama, si chiama, aspettate, e questo suo gesto di schermirsi, mettendo la mano davanti agli occhi mi ammazza, mi ammazza, questo anno disgraziato, e le sofferenze, e il buco nero di aprile, e ora una sconosciuta mi riduce a pezzettini, io e la mia bottiglia di aranciata tra le mani, Maria che ci chiede scusa per non ricordarsi il nome della città, Maria che ci dà del tu, e noi pure, e iniziamo il gioco delle città svizzere, lei dice Locarno, ma poi si corregge No Locarno no, allora io dico Lucerna!, e lei dice No Lucerna no, forse Locarno, sì è Locarno, e io dico Sì sarà Locarno, e lei dice Lavoravo in una fabbrica di sigarette, facevo le sigarette, e io dico Le sigarette, e lei dice Quanto mi piaceva parlare francese, c’est ça, c’est ça, e noi diciamo Oui oui, e lei dice Oh quelle belle langue, quanto mi piaceva parlare francese, e poi dice Ma poi mio marito è voluto tornare qua, io non volevo, io volevo stare lì, in Svizzera, però è rimasto un mio cugino che ha aperto un ristorante da tanti anni, ah!, sapete chi va a mangiare al ristorante di mio cugino?, noi diciamo Chi?, lei dice Mina, la cantante!, io dico Allora la città è Lugano!, lei si illumina e dice Sì Lugano!, e si schermisce ancora e ancora, come a scusarsi di non aver trovato lei il nome giusto, e io stringo forte la bottiglia di aranciata, e lei dice ma che stavo dicendo?,

e io dico Le sigarette?, lei dice No no no, ah sì, sapete, quest’anno ho fatto ottant’anni, e una mattina ero qua a casa, davo da bere alle piante, squilla il telefono, è mio cugino dalla Svizzera che mi fa gli auguri e mi dice Ora ti passo una persona che ti fa gli auguri pure lei, e Maria scoppia a ridere e la racconta come se fosse adesso, l’incredulità, e noi capiamo e diciamo in coro Non è vero!, e lei dice Sì era la Mina!, così, con l’articolo determinativo, la Mina!, e ridiamo, la Mina!, ridiamo e ridiamo, siamo tre e siamo bellissimi mentre lei dice Sapete io e la Mina siamo gemelle, anche lei ha fatto ottant’anni quest’anno, io gliel’avevo detto a mio cugino di dirglielo che eravamo gemelle, ragazzi miei la Mina al telefono non potevo crederci, mi mandava i bacini alla cornetta e dicevo Mina ciao Mina, che bella che sei Mina,

e Maria racconta racconta e racconta, e io la ascolto e vorrei abbracciarla ma non si può, Maria che parla di suo marito che non c’è più, di sua figlia che non viene mai a trovarla perché deve lavorare, Maria che dice che questa casa da sola non sa che farsene, Maria che dice Vi ho visti che cercavate la chiesa e vi ho chiamati, io conservo sempre qualcosa in frigo per i turisti che cercano la chiesa, e io dico Fai bene Maria, e lei dice Restate fino a stasera? C’è la processione, c’è un sacco di gente, forse viene anche mia figlia, e io stringo forte la bottiglia di aranciata, e dico No, dobbiamo andare, grazie Maria, ciao Maria, t’es belle Maria, au revoir Maria, e torniamo sui nostri passi, gli scalini, lo spiazzo, e in un attimo siamo dentro il futuro, il futuro, la statale, direzione il mare, uno qualunque, un pomeriggio d’estate di un anno non come gli altri, e se mi volto adesso Maria è ancora lì, sulla porta di casa, ci saluta con la mano, e io agito in aria la bottiglia di aranciata, Ciao Maria, merci Maria, la prossima volta parliamo solo in francese, promesso.

La bella estate non c’è più

Dopo non so più quanto tempo ieri sono uscito di casa senza obiettivi precisi e, come succedeva una volta, dopo un paio d’ore sono finito per puro caso in una brocante piena piena piena di roba e cianfrusaglie e cose inutili e servizi di piatti e quadri e tappeti impolverati.

Per terra c’erano delle frecce tipo ikea accompagnate dalla scritta “per non incrociare le altre persone”. Seguendo il percorso con gli occhi bassi bassi, sono finito in un angolo del locale dove c’era una pila di vecchi libri, tra cui questa edizione francese del 1955 de La bella estate di Pavese.

L’ho sfogliata cercando tracce umane tipo dediche, foto o cartoline come quasi sempre accade con i libri delle brocante. Invece ho trovato qui e là solo delle chiazze ormai secche di umidità. Nella quarta pagina, in basso, il logo di Gallimard e la scritta “Tous droits de traduction, de reproduction et d’adaptation réservés pour tous les pays, y compris l’U.R.S.S”.

Ho cercato con lo sguardo il vecchio proprietario e gli ho chiesto quanto costasse. Lui ha preso il libro in mano, lo ha soppesato, ha detto “Un euro”. Dalla tasca ho preso due monete da cinquanta e le ho messe sul suo palmo. Mi aspettavo che mi desse il libro, invece lui ha esitato, mi ha guardato fisso fisso negli occhi e ha detto “Aspetti, devo dire a mia moglie che La bella estate non c’è più”. Ha chiamato la moglie, lei è arrivata, lui ha detto “La bella estate non c’è più, se l’è presa questo signore”. Lei ha detto “Va bene” e mi ha sorriso. Ho restituito il sorriso. A quel punto il marito mi ha consegnato il libro e ha detto “La bella estate non c’è più”. Io ho detto “Già”. Poi ho messo il libro in tasca e sono uscito.