Ho scoperto che in un punto preciso di casa mia, tra la porta della camera e la porta dello studio, ogni giorno verso le 15, posso sentire qualcuno che suona un pianoforte. Ho fatto le prove in altri punti della casa, niente. Solo lì, in quel punto tra la camera e lo studio, per un curioso fenomeno di propagazione del suono, sento questa persona. Non si trova al piano di sopra, perché la musica arriva come attraverso un blocco di ovatta. Potrebbe essere due piani più su. Non ne ho idea. E non ho idea di chi possa essere, è un condominio di borghese riservatezza. So però che questa persona non è alle prime armi: non si interrompe mai. E so anche un’altra cosa, perché niente come certa musica che ti coglie senza difese può scatenare l’immaginazione: la ascolto, e mi viene in mente una ragazza, sulla ventina, la vedo di spalle, ha i capelli lunghi. Ecco finalmente una piccola cosa bella: ogni giorno, verso le 15, interrompo quello che sto facendo, mi metto nel punto preciso tra la camera e lo studio, mi appoggio al muro con le mani dietro la schiena, e per qualche minuto tutto si placa, mentre ascolto la ragazza sulla ventina, i capelli lunghi, che suona il pianoforte solo per me.
Quando penso ai vaccini mi vengono in mente due cose, a volte una a volte l’altra. La prima sono i segni sul braccio dei miei genitori e dei miei zii e di tutti gli adulti e io, bambino negazionista incosciente, dicevo che schifo io non le voglio quelle cicatrici, ma siccome non sapevo ancora cosa fossero i vaccini, eppure già rifiutandoli, forse era solo che non volevo diventare adulto e vaccinato e restare bambino e frignone per sempre.
La seconda è che ai tempi dell’università avevo un amico che si vaccinava sempre contro l’influenza e io gli dicevo Me pari un vecchio ma che ti vaccini a fare siamo giovani ma che ci deve succedere e lui si toccava i coglioni e dava pure un colpetto di tosse già che c’era e poi andavamo a fare lezione con Maurizio Costanzo e Laura Freddi e io lo sfottevo da lontano facendo l’imitazione di un vecchio.
Parlo di vaccini perché l’altro giorno finalmente ho fatto il vaccino (“HAI FATTO IL VACCINO PER IL COVID?” “No, papà, per l’influenza, vivo in Francia, non in Russia, ricordi?”). Dopo settimane di muri sbattuti (“Monsieur Morabito, il vaccino lo diamo prima alle persone anziane” “Ma io sono anziano, vecchio, vecchissimo, faccio i meme su Orson Welles” “No monsieur Morabito, lei è giovanissimo, ed è anche in perfetta forma a quanto vedo” “Oh grazie”), finalmente hanno aperto a tutti la possibilità di vaccinarsi.
Così sono andato in questo centro di vaccini vicino casa mia dove ti fanno il vaccino gratis. Ho suonato al citofono del centro vaccini, sono entrato, ho parlato con la tipa dei vaccini all’accueil (“Monsieur Morabito, lei ha un cognome così bello, così facile da scrivere, non capita tutti i giorni” “Lo so, signora, LO SO”) e mi sono seduto ad aspettare nella sala d’aspetto dei vaccini. Ho guardato i poster sui vaccini ai muri, la gente che usciva con questo senso del drama tenendosi il braccio come se avesse fatto il fronte nel ’15-’18 e ho pensato Pensa se entra qua dentro un negazionista antivaccinista, esplode senza manco capirci niente. Poi ho pensato ai segni sul braccio degli adulti quando ero bambino e al mio amico che si toccava i coglioni ogni volta che a ottobre arrivavano i primi venticelli freschi e poi qualcuno ha fatto il mio nome.
Mentre alzavo la manica del maglione la dottoressa mi ha chiesto: lei è allergico al pollo? Ho fatto la faccia Aubrey Plaza e ho detto AL POLLO? Lei l’ha preso per un no e ha rilanciato: e all’uovo? Io ho guardato la segretaria che in un angolo della stanza stava stenografando i nostri dialoghi (“Ma perché nell’angolo della stanza dei vaccini c’è una persona che stenografa i nostri dialoghi?”) cercando un sostegno non dico amichevole ma proprio umano ma quella ha scrollato le spalle tipo Ah beh non guardare me e ha ricominciato a battere sui tasti mentre la dottoressa diceva No perché questo vaccino è stato fatto con il pollo e con l’uovo. Io ho pensato Meno male che sono flexitariano sennò qua finiva veramente a schifìo, poi ho detto No, sono solo allergico alla polvere ho fatto le prove allergiche una volta a Roma questo vaccino non è mica fatto con la polvere?, e a posteriori credo che qui la dottoressa abbia deciso di togliermi il saluto, perché da quel momento non mi ha più degnato di uno sguardo, mi ha fatto la puntura e mi ha solo detto Aspetti cinque minuti in sala d’attesa per sicurezza e poi vada via.
Mentre tornavo a casa a piedi, pensando al mio amico dell’università, a Laura Freddi, a mia nonna, alle cicatrici sul braccio di mio zio quando andavamo al mare tutti assieme a Scopello, ho preso una traversa a caso e ho visto una boulangerie che non avevo mai notato prima della pandemia. Sono entrato, ho chiesto alla panettiera Ma siete nuovi?, lei mi ha detto Bonjour, ho detto Vorrei questa briochette au chocolat blanc e lei ha detto Ma lei abita nel quartiere?, poi sono uscito e mentre mangiavo la briochette au chocolat blanc ho pensato Questa briochette au chocolat blanc è la migliore briochette au chocolat blanc che abbia mai mangiato, se non fossi andato a farmi il vaccino non l’avrei scoperta, certo che la vita è proprio buffa.
La morte di Valéry Giscard d’Estaing ha riportato l’attenzione su un film documentario di Raymond Depardon sulla campagna presidenziale di Giscard. Il film si chiama “1974, une partie de campagne” e ha una storia pazzesca.
Nel 1974, durante un volo aereo, Giscard e Depardon iniziano a discutere di un possibile progetto assieme. Depardon gli propone di seguire il modello di “Primary”, un film di Richard Leacock del 1960 sulla campagna di John Fitzgerald Kennedy. Giscard nicchia, chiede prima un preventivo al giovane Depardon ma alla fine accetta. Depardon inizia a seguirlo ovunque, spesso con la macchina da presa in spalla. Du jamais vu.
Depardon vuole filmare “la vérité des choses cachées”, alla Wiseman. Giscard sta al gioco, ma non sa ancora cosa lo aspetta. Depardon infatti privilegia il Giscard del quotidiano: mentre guida la sua utilitaria, mentre si pettina in continuazione i capelli (sua vera ossessione), mentre beve una pinta di birra. Soprattutto, coglie la solitudine dell’uomo e del politico: la scena di Giscard che scopre, da solo, di aver vinto di un soffio le elezioni, è magnifica. In quel momento, davanti alla tv nell’ufficio del Palais du Louvre, ci sono solo loro due. Depardon non fa nulla per nascondere la sua presenza con movimenti continui della macchina da presa, Giscard rimane impassibile. Anni dopo dirà il regista: “C’est lui qui a mis en scène ce moment. C’était un grand acteur, un séducteur, un manipulateur”.
Una volta eletto, Giscard visiona il film a più riprese e, a più riprese, ne impedisce la diffusione. Lo giudica un film “violento”, non gli piace, non è soddisfatto dell’immagine che veicola. Ha paura di quella realtà filmica che gli è sfuggita di mano. Il cinema ha preso il sopravvento. Evidentemente Giscard ha intuito i mutamenti in atto nel rapporto tra politica e immagine, ma ancora non è pronto ad accettarli. Depardon dirà che il vero problema per Giscard era il suono in presa diretta. Qualcosa di rivoluzionario, per la politica dell’epoca, abituata alle inquadratura fisse da lontano e alle musiche aggiunte in montaggio.Sta di fatto che il film rimane bloccato, e ben presto acquisisce la fama di film “censurato”. Depardon, accusato per anni di essere stato troppo “giscardien”, di essersi “venduto” (il collega William Klein gli toglie addirittura il saluto), improvvisamente viene rivalutato a sinistra e prosegue la sua carriera di cineasta.Il film esce infine nel 2002, 28 anni dopo. Al momento della diffusione stampa e pubblico rimangono sorpresi. Il film non presenta alcun elemento di “violenza” o di sconvenienza, come era lecito aspettarsi. Giscard non darà mai spiegazioni, la sua ostinazione rimarrà sempre incomprensibile. “1974, une partie de campagne” è un documento prezioso, in anticipo sui tempi. Riesce a fotografare un’epoca di mezzo, come solo certo cinema può fare. Ancora oggi Depardon lo ritiene il suo film migliore.
In attesa di guardare sulla piattaforma-che-non-voglio-manco-nominare il film di Fincher, da bravo secchione ho ripassato Citizen Kane. Ulteriore conferma di ciò che sospettavamo: OW sapeva parecchie cose.
Un mese di pallido lockdown, passato così. Così. Tanto lavorato e poco dormito, va bene. Un mese di pallido lockdown, cioè: fuori casa ore d’aria, baguette e spese non proprio bio, dentro casa ore allo schermo, cervicali e cuffie che lasciano il segno sul cranio. Un mese di lockdown, al rallentatore. Ho dimenticato le facce delle persone, facce amiche e facce conoscenti. Che fanno, dove sono, che pensano.
Routine, moltiplicata all’infinito. Alleno il mio corpo nello spazio in cui mangio, in cui lavoro, in cui penso. Apro molto le finestre. Tanti caffè, sul balcone, a fissare i dirimpettai, il vuoto, qualsiasi cosa. Picco emotivo della giornata: ogni mattina, alla stessa ora, un giovane uomo parcheggia la sua bicicletta davanti al palazzo di fronte, si slaccia il casco, si leva i guanti, ripone la chiave della catena nello zaino, entra nello studio di architettura. Sempre gli stessi gesti. Se dimentica un gesto, sto male. Se arriva più tardi, sto male. Se salta un giorno, sto peggio.
Finisce così, riaprono i negozi, tante fanfare e tante mail: Nico vieni a trovarci, abbiamo un sacco di offerte, Nico dai, abbiamo riaperto hai capito?, abbigliamento ma per cosa, cose di casa ma per chi, smartphone ma perché. Riaprono i negozi e tutto il resto è chiuso, riaprono i negozi e altri esultano, riaprono i negozi e io ho dimenticato le facce degli altri. Che fanno, dove sono, che pensano.
Oggi finisce il secondo pallido lockdown, finisce ma non finisce, Parigi è sfregiata dalle violenze della polizia, inaudite, vergognose, il potere permette e condanna, l’osceno sta tutto in questo ossimoro, con una mano bastoni e con l’altra accarezzi, fino a quanto può durare?, e intanto da oggi il tempo e lo spazio si moltiplicano, un’ora per tre, un km per venti, questo è il saturimetro delle nostre libertà, va bene, possiamo anche imbrogliare, possiamo aggiungere altre ore e altri km, sperando di non essere beccati dalla polizia, che poi non sai come reagisci e magari ti ritrovi l’esercito in casa con le bombe a mano e la tua faccia tumefatta sulle prime pagine dei giornali, sì, altre ore e altri km, mi avvito nei calcoli e nelle mappe mentali senza uscita, finisce ma non finisce, dal setaccio sopravvive solo un’idea: camminare camminare e camminare, ma la verità è che non so proprio dove andare.
E dunque le ultime ore libere prima del Secondo Lockdown le passo sul marciapiede di rue Rennes, facendo una lunghissima fila di mezz’ora per entrare alla biblioteca Malraux e noleggiare libri e dvd prima della chiusura. Evidentemente ho sottovalutato il fatto che mezza rive gauche ha avuto lo stesso pensiero e così, mentre il cielo plumbeo precipita lentamente sulle nostre teste, e le genti spensierate nei bar fumano, bevono birre e mangiano fondant au chocolat, mentre un’umanità molto benestante esce dalle boutique di lusso con sacchi enormi di vestiti di marca da usare per sfilate clandestine nelle case enormi del sesto arrondissement in cui effettivamente ti devi annoiare parecchio, mentre un gruppo di ragazzi con lo skate in spalla mangia su una panchina involtini fritti che da lontano sembran cannoli siciliani, scatenando in me una tempesta di emozioni lu mare lu suli lu ientu (“praticamente hai avuto le allucinazioni” “Oh senti ognuno la vive come cazzo vuole ok?”), mentre su twitter l’ex primo ministro della Malesia sostiene che “i musulmani hanno il diritto di uccidere milioni di francesi”, mentre decine di macchine cariche di valigie ingolfano il traffico a dimostrazione che puoi pure avere i soldi e le terze case in Normandia dove passare l’isolamento ma l’effetto finale è sempre quello di Pippo Franco in quel film che ora non ricordo, mentre le persone passano e si stupiscono per questa curiosa serpentina (“Che succede?” “Niente, stiamo andando ad affittare libri perché a noi quando ci levano la libertà ci piace LEGGERE”),
finalmente riesco a entrare in biblioteca, salgo al piano dei dvd, scelgo un film di Carrère e due di Leos Carax, l’impiegata me li affida con gli occhi brillanti di chi approva ma allo stesso tempo deve fare il suo dovere (“Riconsegna il 26 novembre” “Lol, certo”), poi vado al piano Letteratura passando dal piano dei bambini apparecchiato per Halloween e il cuore mi si riduce a brandellini leggendo la scritta “Biblioteca infestata dai fantasmi”, e quando risbuco su rue Rennes la fila è ancora più lunga, e siccome non so che fare per riempire le ultime ore prima del Secondo Lockdown, decido di camminare camminare camminare fino a casa, imbocco rue Vaugirard
e mi torna in mente l’ultimo bagno fatto a settembre, la spiaggia era deserta e il mare agitato ma io ero comunque entrato in acqua, giusto per bagnarmi, ma la corrente mi aveva subito trascinato per un paio di metri dove in teoria avrei dovuto toccare ma in realtà i mulinelli avevano preso il controllo del mio corpo, e mentre mi dibattevo pensavo che era proprio un modo stupido di finire nel colonnino destro di Repubblica con i commenti indignati dei sovranisti, e così, a furia di bracciate violente e colpi di gambe ero riuscito a trovare un appiglio e alla fine uscire a grandi balzi senza che nessuno peraltro potesse ammirare la mia prodezza,
e svolto su rue de Sèvres, il cielo ormai è quasi ad altezza strada, tre ragazzini seduti a un tavolino di McDo giocano a carte, in un negozio di ottica un signore prova un paio di occhiali nuovi, penso a cosa mangiare nell’ultima sera libera e siccome non mi viene in mente niente decido di entrare al supermercato, incrocio una signora con due trolley pieni di provviste (“Madame, lei è così tanto Primo Lockdown”), prendo mezzo chilo di pessimi mandarini, vado al reparto formaggi e trovo due vecchietti, lei ha in mano una bottiglia di champagne, lui, dopo qualche esitazione, prende un Comté, le sussurra qualcosa all’orecchio che la fa molto ridere, poi si dirigono alle casse trascinando i piedi e facendo parecchio baccano, rimango a guardarli qualche istante, e quando infine esco all’aperto con lo zainetto pieno di libri, dvd e mandarini, penso che tutto sommato non fa poi così freddo, per essere a fine ottobre.
Per festeggiare l’ennesimo giorno di coprifuoco, l’altra notte l’insonnia mi ha regalato il brivido di assistere in diretta all’arrivo dell’ora solare. Seduto in poltrona, gli occhi sbarrati e provvisoriamente sazi dalle precedenti tre ore di sonno, il corpo galleggiante nell’ovatta ovunque, la sensazione di potere che devono provare gli apparecchi elettronici quando, arrivati all’1%, sono rianimati da una batteria d’emergenza (ma è solo un fuoco di paglia, non dura, non durerà, la notte è lunga, troppe app, troppo cervello, troppo surriscaldamento) pensavo al fatto che in Francia l’ora legale e l’ora solare le chiamiamo heure d’été e heure d’hiver e mi chiedevo: “Ma perché?” (“E l’autunno? E la primavera?”) (“Si tratta di praticità? Di poesia? Di sciatteria?”). In mezzo a tutta questa perplessità, ma ormai ovviamente non stavo più pensando al cambio dell’ora, ho alzato la serranda e ho guardato fuori dalla finestra.
Come nel finale di quel film di Haneke in cui non si capisce se qualcuno abbia messo pausa o sia solo un altro mezzo di tortura psicologica inflitto a chi sta guardando, tutto era fermo. Sembrava che persino l’apocalisse stesse trattenendo il respiro, per verificare fin dove arrivare prima di arrendersi. Troppa stasi, troppa differita, troppo aspettare non si sa bene cosa, anzi no, una cosa che si muoveva c’era: una bicicletta, una di quelle a noleggio, era appoggiata senza garbo a una ringhiera, e il fanalino posteriore rosso lampeggiava senza sosta, avevo l’impressione di sentirne il battito anche a distanza: tic tac, tic tac, tic tac (“Ma perché lampeggia?”) (“Già, perché?”).
Mancava poco. Ho preso dalla tasca il telefono e ho aspettato il momento in cui sarebbero state le tre e poi le due, di nuovo. Il cuore mi batteva forte. Ho temuto che niente sarebbe più stato all’altezza di questa specie di trucco magico. Ho pensato a una mia amica, il giorno prima l’avevo chiamata perché avevo letto il titolo di un giornale (“Un’ora in più per dormire, un’ora in più per il coprifuoco”), e volevo lamentarmi con lei, chiederle “Perché improvvisamente tutti mi sembrano così cretini?”, ma lei mi aveva anticipato dicendo “Sai, mio marito è un cretino”.
Il mio problema con l’insonnia non è l’insonnia in sé, ma neanche in me, in te, in loro, in quelli che dicono: “Mi raccomando, stasera però cerca di dormire” (mio padre); “Hai provato con quella valeriana che ti ho messo l’anno scorso nel pacco da giù?” (mia madre); “Apri whatsapp, ti mando subito il contatto del mio nuovo spacciatore” (chi mi vuole davvero bene); “Signor Morabito”, pausa di compassione, mezzo sorriso, “per oggi la seduta è finita” (la mia ex-analista); “l’insonnia è bellissima, finalmente posso dedicarmi a me stessa” (persone mitomani a caso). No, il mio vero problema con l’insonnia è l’attimo in cui metti un piede nell’interstizio, e inizi a fluttuare, fluttuare, e provi ad aggrapparti a qualsiasi cosa (Malamud; Mia Ceran; Tom Mercier; i cereali mangiati direttamente dalla scatola) ma tutto scappa di mano, si sfarina, cede, non esiste: ciò che all’inizio era dolce assenza di gravità a poco a poco si trasforma in qualcos’altro, lo spazio si restringe il nero si allaga, come nel finale dei vecchi cartoni quando una specie di dissolvenza a monocolo lasciava solo un cerchietto con il protagonista e partiva la buffa musichetta, solo che questo non è un cartone e non c’è niente da ridere.
All’alba ho modificato manualmente l’orario del forno perdendo un po’ più di tempo del necessario perché mi sono messo a pensare che forse dovrei comprarmi delle ciabatte invernali, o forse no, poi ho iniziato a leggere l’edizione digitale di Libération dedicata alla gauche francese e all’Islam, alle divisioni interne alla gauche francese, ho annuito nel vuoto leggendo delle cose, mi sono innervosito leggendone altre, ho pensato a Samuel Paty, il professore decapitato, mi sono ritrovato in un vicolo cieco come ormai troppo spesso mi capita quando cerco di collocarmi politicamente, ho ripensato a quello che dicevo giorni prima a un’altra mia amica, sai non riesco più a entrare in un cinema, non ce la faccio, entro fine mese decido se disdire la tessera Ugc, ho pensato a una scena dell’ultimo film di Sorkin che sembrava scritta da Robert e Michelle King, e ho sorriso, quelli bravi io me li immagino che si divertono sempre.
Mi sono vestito pesante, ho messo una sciarpa di lana intorno al collo, ho preso l’ombrello, e sono uscito. Fuori pioveva in diagonale, le raffiche di vento freddo sollevavano le foglie esauste facendole roteare inutilmente prima di ributtarle per terra a schiaffi. Camminavo sul viale, e mi sentivo la faccia tagliata in due, una e due. All’incrocio con rue Cambronne una fila di taxi vuoti sonnecchiava in attesa di clienti, rivoli di pioggia mista a fango colavano sotto i marciapiedi, il fioraio dell’angolo ne approfittava per buttare secchiate di acqua lorda. Mentre attraversavo la strada per andare in boulangerie ho incrociato un tizio con i capelli lunghi ossigenati, una specie di versione adulta e ancora più irregolare del ragazzino di We are who we are. Indossava dei boxer da mare di color verde con tanti piccoli ananas stampati, una camicia hawaiana a fiori e un paio di infradito con cui sembrava pattinare sull’acqua, quale pioggia, quale freddo, quale cosce di fuori, quale preoccupazioni. Mi sono chiesto se vedesse in me la versione speculare dell’alieno che avevo di fronte, un’ apparizione resa concreta dall’unico dettaglio fuori posto, una mascherina slabbrata appesa al mento, gocciolante di pioggia. Ma poi l’ho superato, sono entrato in boulangerie e ho comprato i cornetti. Mi sono infastidito, perché la busta era troppo piccola e i cornetti sbucavano da sopra, si stavano già ammosciando. Tornando verso casa ho cercato il punto esatto del marciapiede sotto la mia finestra. La bicicletta era ancora appoggiata senza garbo alla ringhiera. Mi sono avvicinato per guardare il fanalino posteriore rosso: mi sembrava che lampeggiasse più debolmente, forse si sta scaricando, ho pensato, o forse è solo che di notte ogni cosa è più nitida, specialmente i fanalini che lampeggiano senza sosta e non sai perché.
Dieci anni fa oggi — giorno più giorno meno — uscivo dalla casa di Pietralata per l’ultima volta e, dopo aver finito di caricare la twingo velvet (“Ci starà tutta la mia vita in macchina? Non sarà troppo pesante? E se mi fermano i ladri e mi rubano tutte cose?”, mi domandavo nei giorni precedenti, vagando di sgomento per le terre tiburtine), esalai il penultimo respiro, verificando che avevo malcalcolato i libri, libri sempre questi libri, e dovetti prima passare dalla posta di Piazza Bologna per spedirne alcuni pacchi a Palermo (“Ma ti servono proprio tutti?”, mia madre, al telefono) ritardando così l’addio di altre eterne ore, Roma non mi voleva proprio lasciare andare, no no no, ma poi partimmo sì sì sì, al plurale, ciao ciao e tante care cose,
e attraversammo Lazio, Toscana, Emilia Romagna e poi su su su, il piano fallito prevedeva la sosta a Lione invece fu Aosta e la mattina dopo prendemmo la rincorsa sul versante italiano del Monte Bianco che era tutto un grigio e pioggia e cupezza italiana e dopo gli 11 km uscimmo dall’altro lato che era sole, cielo azzurro e uccellini e soavità di Francia e dopo qualche ora di autostrade larghissime e paesaggi incontaminati e vuoti (“Ma dove cazzo vivono i francesi?” “Ai lati” “Ah ecco perché parlano sempre col culo a pizzo”), finalmente il périph che mi ingannò, così apparentemente rilassato in confronto al brutalism coatto del raccordo anulare, e anche se ancora non parlavo una parola di francese (“yo hablar francés un día”) e le cose si sarebbero assai complicate verso la fine della seconda stagione e l’inizio della terza, e lì per lì chi aveva voglia di pensare ai nuovi discutibili personaggi disagiati che avrei incrociato e alle storyline tutte uguali di emigrazioni oh oh oh che sofferenza oh oh oh mi manca la madrepatria oh oh oh lu sule lu mare lu ientu
quando invece l’ingresso a Parigi dalla Porte d’Italie passando per Avenue d’Italie e Place d’Italie (“Ma che è, una persecuzione?” “Ma no, è solo destino”) si svolse in un clima di festosa fanfara, i semafori verdi e rossi ma non arancioni (“Non ne hanno bisogno, è gente civilizzata, sanno quando dire basta”), e le strade larghe larghe e senza traffico, ma quale Prenestina e Tuscolana, ci consegnarono dritti dritti alla prima casa parigina, i furon 21 mq di Place Monge, sesto piano senza ascensore, senti come suona bene?, se-sto-pia-no-sen-za-a-scen-so-re, la cucina in bagno e viceversa, che bella la rive gauche dov’è Isabelle Huppert dov’è Louis Garrel dov’è Jérémie Elkaïm (“Ma io voglio andare a rive droite voglio fare le occupazioni” “Le farai, le farai”), 21 mq a due passi dalla moschea, nemmeno il tempo di parcheggiare e una mendicante con qualcosa nel cappello vedendo la mia faccia mi parlò direttamente in arabo e io sorrisi e mi sentii diciamo a casa
e poi, portando la mia vita dalla twingo al se-sto-pia-no-sen-za-a-scen-so-re, all’ennesimo su e giù sommato ai due giorni di viaggio (“Si è rotto il giradischi” “Sarà stata quella frenata a Roncobilaccio”), su un pianerottolo di legno odoroso ebbi quel che oggi mi vien da dire un mancamento, ma le scale erano così strette di charme simil germanopratino e di trappole per topi che non riuscii nemmeno a svenire, mi sorresse la finestrella aperta sui troppi tetti della città, quel poco d’aria necessaria a certificare il salto dell’intercapedine tra i due mondi, rester vertical et revenir enfin sur terre, e non lo sapevo ancora ma avevo un piano, e il piano era andare verso Nord per perderlo, il Nord, e la bussola, e l’orientamento e tutte cose, e poi, con calma, rifare il puzzle daccapo, un pezzo alla volta, magari sarebbe andata meglio, ma intanto, dieci anni fa oggi, c’era da finire un trasloco, sì, un pezzo alla volta.
Nel 1986, qualche giorno prima di morire, Jean Genet andò dal suo avvocato Roland Dumas (ex ministro, sodale di Mitterand, già difensore di Jacques Lacan, Marc Chagall e di Pablo Picasso, per il quale organizzò il rientro in Spagna di Guernica) e gli affidò due valigie piene di testi inediti, documenti, quaderni, appunti, sceneggiature mai realizzate, lettere, cartoline, libretti dei vaccini: “Ne faccia quello che vuole”.
Per una quindicina d’anni queste valigie rimasero nascoste finché nel 2000 Dumas non propose a Albert Dichy, uno studioso dell’opera di Genet, di visionarle. Dichy rimase stupefatto dal contenuto e dalla quantità di materiale: “Les valises obligent à reconsiderer le mite d’un ‘dernier Genet’ silencieux, legende qu’il a lui-même savamment entretenue. Leur contenu raconte la lutte entre un écrivain qui ne veut plus écrire et l’écriture qui le submerge“. Dichy chiese a Dumas di cedere le valigie all’IMEC (Institut mémoires de l’edition contemporaine, che tra le altre cose ospita il fondo Genet), ma Dumas temporeggiò a lungo, prima di cedere nel 2019. I testi vennero ricopiati, analizzati e selezionati. E ora, a fine ottobre 2020 il contenuto delle due valigie verrà esposto a Caen.
Tra i vari documenti fu ritrovata anche la sceneggiatura tratta dal primo romanzo di Genet, Notre-Dame des Fleurs (1943), presumibilmente scritta tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70. Fu un certo David Bowie, deciso a interpretare Divine/Louis Culafroy, protagonista del libro, a proporre a Genet il progetto. I due si incontrarono in un ristorante di Londra agli inizi degli anni ’70. Come scrive Edmund White nella sua monumentale biografia di Genet, Bowie si presentò in abiti femminili, e Genet, quando lo vide (“an attractive woman sitting by herself”) esordì così: “Mr Bowie, I presume”.
Alla fine il film non si fece perché non si trovò nessuno disposto a finanziarlo, ma chissà, magari un giorno pubblicheranno la sceneggiatura, e leggendola potremo scatenare la nostra immaginazione, pensando a quello che avremmo potuto avere, vedere, amare o anche, perché no, detestare: David Bowie nei panni di Divine, diretto da Jean Genet.
[La foto a sinistra è un celebre scatto di Genet (notare le iniziali sulla camicia) ad opera di Hervé Lewandowski. A destra, la foto di una mia copia del librone di White, rispolverata (letteralmente) per l’occasione].
The boys in the band è un film del 1970 diretto da William Friedkin (L’esorcista, Cruising). La sceneggiatura è basata sulla pièce teatrale di Mart Crowley del 1968. Prima di Stonewall, prima di tutto. Agli attori, bravi e coraggiosi, dobbiamo parecchio. Molti di loro morirono di Aids nell’indifferenza generale. Questo fu il loro unico ruolo di successo, se di successo possiamo parlare.
C’è una storia legata a questo film che ogni volta che la leggo mi riduce a brandellini: il personaggio di Emory era interpretato da Cliff Gorman, che nella vita era etero. Gorman rimase molto amico di Robert La Tourneaux, l’attore che interpretava il “regalo” di compleanno per Harold. Quando La Tourneaux si ammalò di Aids, Gorman e sua moglie si presero cura di lui fino alla morte.
Gorman è il primo da sinistra, La Tourneaux quello seduto in basso.
A volte penso che se oggi possiamo spararci i selfie mezzi nudi mentre ci lecchiamo le ascelle in mezzo alle piante con Lana del Rey in sottofondo e poi condividiamo tutto sui social senza pudor né verguenza, beh, un pezzo di merito va anche a gente come questa, che accettò stigma e disapprovazione pur di recitare un testo così bello.
Perché Mart Crowley scrisse un testo incredibile, che merita di essere letto, riletto, visto e rivisto. La cognizione è di causa. Due anni fa sono andato *apposta* a New York per vedere lo spettacolo teatrale revival. Fuori faceva caldissimo, era estate. Dentro faceva freddissimo (è New York, lo spreco di risorse, di cibo, di aria) ma non ce ne accorgemmo perché 1) Jim Parsons fu bravissimo nel ruolo del protagonista Michael e 2) Matt Bomer si fece la doccia in scena (ne scrissi qui ai tempi).
E adesso quello scaltrone di Ryan Murphy ha prodotto anche il film-revival, disponibile su Netflix. Non amo Murphy e non amo Netflix, questo film non aggiunge nulla all’originale, di cui è praticamente una pallida cover con una regia modesta e delle scelte persino più conservatrici e melodrammatiche dell’originale. Ma Jim Parsons è sempre eccellente, Zachary Quinto è sempre un gran pezzo di istrione, e Matt Bomer è ancora più nudo. E soprattutto, allegato al film (da cercare nel catalogo ottuso di Netflix) c’è la cosa migliore di questo remake: il bonus di mezz’ora girato nel 2019 e dedicato a Mart Crowley, al suo talento, alla sua ironia. Mart Crowley è morto nel marzo 2020.